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Il cielo piange e il mondo ha bisogno di Cirenei della gioia

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Ci sono giorni in cui il cielo sembra piangere con noi. Non è soltanto una immagine poetica: è la percezione che la sofferenza degli uomini attraversi il tempo, la terra, persino il cielo. In quei momenti tutto appare sospeso: le parole diventano poche, il rumore del mondo si attenua, resta solo un silenzio profondo. È il silenzio che accompagna da sempre la croce.

Antonio Bello, il vescovo di Molfetta che ha saputo parlare al cuore del nostro tempo, ci ha insegnato a leggere quei simboli – la pioggia, il silenzio, la croce – non come segni di rassegnazione ma come luoghi in cui può nascere la speranza. Per lui la croce non era la celebrazione del dolore, ma il punto in cui si misura la qualità dell’umanità.

Intorno alla croce, infatti, si rivelano le coscienze. C’è chi passa oltre, chi osserva da lontano, chi giudica. E poi c’è qualcuno che si ferma. Nei Vangeli quell’uomo ha un nome semplice e quasi marginale: Simon of Cyrene. È costretto a portare la croce di Jesus Christ, ma in quel gesto involontario accade qualcosa di grande: il peso non è più solo di uno.

Don Tonino Bello amava dire che il mondo ha bisogno di “Cirenei della gioia”. Persone capaci di condividere il peso della vita degli altri, non con la retorica del sacrificio, ma con la concretezza della vicinanza. Non eroi, non salvatori, ma uomini e donne che non voltano lo sguardo quando qualcuno cade.

Essere Cirenei della gioia significa questo: alleggerire la croce degli altri con la presenza, con una parola buona, con un gesto di cura. Significa trasformare la solidarietà in una forma quotidiana di resistenza all’indifferenza.

E questo vale soprattutto per i fragili: gli anziani soli, i malati, i poveri, chi porta ferite invisibili nell’anima. In una società che spesso misura il valore delle persone sulla forza, sull’efficienza o sul successo, i fragili rischiano di essere dimenticati. Eppure sono loro a ricordarci che l’umanità non si misura dalla potenza ma dalla capacità di prendersi cura.

Don Tonino ci invitava a non avere paura della debolezza. Perché è proprio accanto alla fragilità che si impara la compassione. Chi si fa Cireneo della gioia non cancella il dolore dell’altro, ma lo attraversa con lui, restituendogli dignità e speranza.

Oggi questa immagine parla anche a una terra che da secoli porta il peso della storia: la Holy Land. Lì dove sono nati i racconti della croce, della misericordia e della resurrezione, continuano a risuonare le sofferenze di popoli feriti, di famiglie divise, di bambini che crescono sotto il peso della paura.

Forse proprio da quella terra – che dovrebbe essere soprattutto terra di incontro – arriva un appello silenzioso al mondo intero: diventare Cirenei della pace. Non alimentare l’odio, non abituarsi alla guerra, non considerare normale la sofferenza.

Viviamo in un tempo in cui la solitudine cresce, le fragilità si moltiplicano e troppe croci rimangono invisibili. Proprio per questo la figura del Cireneo diventa più attuale che mai. Non basta indignarsi o commentare da lontano: bisogna fermarsi, chinarsi, condividere il peso.

Forse è qui che si gioca la qualità della nostra umanità.

Quando il cielo piange e la storia sembra attraversata da troppe croci, la risposta non è l’indifferenza ma la prossimità. Ogni volta che qualcuno aiuta un altro a rialzarsi, il mondo diventa un po’ più abitabile.

E forse, proprio allora, anche la pioggia del cielo smette di essere solo pianto e diventa promessa.

– Tommaso Pasqua