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Le tasse, i like e la realtà sociale

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Di Tommaso Pasqua

Viviamo in un tempo curioso: ci indigniamo per le tasse, ma accettiamo senza troppa resistenza di consegnare gratuitamente dati, attenzione e tempo alle grandi piattaforme digitali.
Ogni giorno milioni di persone trascorrono ore sui social, inseguendo approvazione immediata attraverso un “like”, una visualizzazione, un commento. È un’economia invisibile, ma potentissima: non paghiamo con denaro diretto, bensì con frammenti della nostra vita.

Le tasse, invece, restano il simbolo più concreto del rapporto tra cittadino e Stato. Sono percepite spesso come un peso, talvolta persino come un’ingiustizia. Eppure senza fiscalità non esisterebbero sanità pubblica, scuole, strade, trasporti, assistenza sociale. Il problema non è soltanto pagare le tasse, ma capire se ciò che si versa ritorna davvero in servizi, opportunità e fiducia collettiva.

Qui emerge una contraddizione della società contemporanea. Da un lato cresce il desiderio di individualismo: ciascuno cerca il proprio spazio, la propria visibilità, il proprio successo personale. Dall’altro, però, aumenta il bisogno di protezione sociale, di welfare, di sicurezza economica. Vogliamo meno vincoli, ma più garanzie. Meno Stato quando chiediamo libertà, più Stato quando chiediamo tutela.

I social network amplificano questa tensione. Trasformano ogni tema in una reazione immediata: un titolo, un post polemico, qualche slogan semplice. La complessità scompare. Le tasse diventano soltanto “furto” o “spreco”, senza riflettere sulle profonde disuguaglianze territoriali e sociali che attraversano il Paese.

Il malcontento fiscale cresce perché il cittadini che pagano le tasse, e non quelli che evadono, percepiscono una distanza enorme tra ciò che versano e ciò che ricevono. La sfiducia diventa allora terreno fertile per rabbia sociale e populismi.

Ma una società non può reggersi soltanto sull’emotività digitale. I “like” non costruiscono ospedali, non finanziano scuole, non sostengono chi vive condizioni di fragilità. Servono scelte politiche credibili, trasparenza amministrativa e un nuovo patto sociale capace di ricostruire fiducia tra cittadini e istituzioni.

Forse il punto centrale è proprio questo: recuperare il senso della comunità in un’epoca che premia soprattutto l’apparenza individuale. Perché una democrazia non vive di algoritmi, ma di responsabilità condivisa.